Gli eroi in bianconero: William John JORDAN

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
 di Stefano Bedeschi  articolo letto 1519 volte
Gli eroi in bianconero: William John JORDAN

 

Tra i pochissimi britannici che hanno vestito la maglia della Juventus, il primo a essere ingaggiato fu l’inglese Jordan, che arrivò a Torino nell’estate del 1948. L’allenatore del momento, il suo connazionale Chalmers (un tipo che passò alla storia come uno dei tecnici più strani mai nati, capace di rivoluzionare la formazione all’ultimo momento, stravolgendo contemporaneamente tutti i canoni tattici impiegati sino al giorno prima), puntava in realtà sullo svedese Carlsson, messosi in grande evidenza all’Olimpiade londinese. Lo scandinavo era dilettante e, quindi, libero di poter lasciare la società di origine quando voleva: il segretario bianconero Artino lo rincorse in ogni modo, trascorrendo venti giorni a Stoccolma per convincerlo. Alla fine riuscì nell’impresa ma, poco prima della partenza, Carlsson si tirò indietro, rimangiandosi la parola spesa in precedenza, con la bella scusa di aver accettato un ingaggio troppo basso rispetto al suo valore internazionale.
La Juventus, che aveva appena messo sotto contratto il danese John Hansen, desiderava una grande coppia di mezze ali: fu lo stesso Chalmers a caldeggiare l’acquisto di Jordan, che fu prelevato dal Tottenham Hotspur, la squadra dei famosi “Speroni” londinesi.
L’inglese non era una gran figura nel panorama calcistico britannico; ciò nonostante, il tecnico giurava sulle sue qualità e sul suo rapido adattamento. In realtà, accadde esattamente il contrario: sin dai primi allenamenti, Jordan apparve come un interno di scarsa mobilità, discreto nei fondamentali, ma privo anche di un solo pizzico di genialità e imprevedibilità, ingredienti indispensabili per giocare in quel ruolo. Il perfetto controllo di palla gli permetteva di mantenere il possesso della sfera anche quando era pressato dall’avversario di turno ma, quando si trattava di lanciare un compagno a rete, erano dolori.
Di carattere chiuso, spiccatamente introverso, John non entrò nemmeno nella simpatia dei compagni di squadra, alcuni dei quali cominciarono, addirittura, a osteggiarlo. Jordan non riuscì ad ambientarsi nella Juventus e a trovarsi a suo agio a Torino e la sua malinconia diventò leggenda. Come se tutto ciò non bastasse, ben presto fu colpito dalla nostalgia per la fidanzata, Molly, che aveva lasciato a Londra: così, si scatenò in lunghissime telefonate al di là della Manica, che facevano esaurire velocemente lo stipendio mensile. Le chiamate di Jordan divennero oggetto di scherno da parte degli addetti ai lavori, che si dissero convinti di aver capito la ragione del suo tiro fiacco: un tiro “telefonato”, appunto.
Jordan non era proprio un asso del calcio, ma lo era stato nella RAF, di cui era ufficiale pilota e si era fatto molto onore nella famosa lunga battaglia aerea d’Inghilterra, contro la Luftwaffe. Aveva abbattuto caccia tedeschi e Stukas, tanto che fu decorato con una menzione di DSO, che è quella che i comandi militari britannici concedevano ai sottoposti che si sono distinti in servizio.
Dopo una ventina di partite appena mediocri (si salvò solo in tre o quattro occasioni, contro Fiorentina, Genoa e Bari), capì di aver fatto il suo tempo in Italia; la società non oppose resistenza quando il giocatore comunicò la ferma volontà di rientrare in Inghilterra. L’oggetto misterioso Jordan non lasciò un vuoto incolmabile; già si stava preparando la stagione dei grandi fuoriclasse venuti dal freddo.