Gli eroi in bianconero: Roberto BONINSEGNA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
 di Stefano Bedeschi  articolo letto 2084 volte
© foto di Matteo Bursi
Gli eroi in bianconero: Roberto BONINSEGNA

«Boninsegna arrivò alla Juve a fine carriera, ma restava sempre un fior di centroavanti. Era capace di insultarti per un passaggio sbagliato, ma se cinque minuti dopo andavi a terra per un fallo era il primo a venirti vicino e a chiedere: “Chi è stato?”. Guardava gli avversari a muso duro, per far capire che se ci avessero riprovato li avrebbe sistemati lui». Roberto Bettega
A trentatré anni un uomo è considerato un giovane uomo, ma un giocatore di calcio è irrimediabilmente un vecchio calciatore e la sua carriera è già considerata sul viale del tramonto. Quando arrivò alla Juventus, nell’anno 1976-77, Roberto Boninsegna stava toccando proprio questa quota. Alle spalle, una carriera lunghissima, non priva di soddisfazioni ma che, a quel punto, era ragionevole considerare più o meno conclusa. Era arrivato all’Inter a quattordici anni, il suo idolo da bambino era Skoglund. Cinque anni di settore giovanile, quindi aggregato alla prima squadra. E poi a Prato.
«La considerai una bocciatura. Herrera disse che era Allodi a non credere in me, Allodi diede la colpa a Neri, allenatore della Primavera. Fatto sta che mi ritrovo in B prima a Prato, poi a Potenza. Giocavo all’ala sinistra, quelli che stavano accanto a me segnavano tanto: Taccola a Prato, Bercellino a Potenza. Poi mi sono detto: contano i goal, adesso li faccio io. E sono diventato più egoista, ho cominciato ad accentrarmi».
Poi il debutto in A con il Varese. Ironia della sorte a San Siro contro l’Inter: «E ne prendiamo cinque». A Varese prende anche undici giornate di squalifica, poi ridotte a nove. «In Varese-Cagliari un difensore devia in tuffo di pugno un mio colpo di testa. Per l’arbitro Bernardis di Trieste è calcio d’angolo! Gli dico di tutto, lo spintono anche. E finisco a Cagliari. Non mi aspettavo di essere acquistato dalla squadra rossoblu; a Varese avevo segnato solo cinque goal da ala sinistra e loro avevano Riva. Vengo spostato al centro dell’attacco. Sono tre stagioni indimenticabili, conquisto la Nazionale».
Il presunto dualismo con Riva. «Tutto falso. Eravamo come fratelli, abbiamo vissuto per due anni nella stessa camera, tornavamo insieme in auto dall’allenamento. Abbiamo smentito per anni, poi ci siamo stancati di farlo. È vero, in campo era diverso. Ci mandavamo a quel paese». Cagliari è soprattutto Manlio Scopigno. «Un allenatore fuori dal comune, un po’ fannullone, tatticamente bravissimo. Non sbagliava mai i cambi, anche perché noi del Cagliari eravamo davvero pochi». Ironico, disincantato con la battuta sempre pronta. «Una volta mi sono presentato in smoking all’allenamento del mattino. Arrivavo da Venezia in aereo, dopo il Carnevale. Scopigno mi guarda e dice: “Almeno potevi toglierti i coriandoli dai capelli”. Un giorno Scopigno mi dice: “Il Cagliari ha bisogno di soldi, gli unici che hanno mercato siete tu e Riva e Gigi non vuole andar via”. Gli risposi che avrei accettato soltanto l’Inter. Affare fatto: tornavo a casa in cambio di Domenghini, Gori e Poli più un conguaglio. Non ho rimpianti per non aver vinto lo scudetto con il Cagliari. Se non mi avessero ceduto, difficilmente sarebbero riusciti a rafforzare la squadra. L’Inter finì seconda, dietro il Cagliari. Io segnai il goal della vittoria interista a San Siro che fece riavvicinare la Juventus al Cagliari».
Lo scudetto con l’Inter arriva la stagione dopo, 1970-71, anno in cui Boninsegna vince anche la classifica, successo che bisserà nel campionato seguente. «Veramente i titoli di capocannoniere sono tre. Nel 1974 mi tolsero un goal all’ultima giornata contro il Cesena; dissero che era autorete per una deviazione in barriera». Boninsegna all’Inter gioca sette stagioni: uno scudetto, 113 goal in campionato e disputa, il 31 maggio 1972, a Rotterdam, la finale della Coppa dei Campioni, persa contro la grandissima Ajax di Cruijff. In Nazionale pareva avere la strada chiusa: per la fase finale del Mundial messicano, per esempio, gli era stato preferito Anastasi, ma poi un casuale incidente aveva messo fuori causa lo juventino. E Boninsegna visse così la bella avventura messicana, segnando due goal importanti: alla Germania Ovest nell’indimenticabile incontro di semifinale vinto nei supplementari per 4-3 e al Brasile nella finale persa per 4-1. In totale è stato ventidue volte azzurro e ha realizzato nove goal.
Nato a Mantova, il 13 novembre 1943, per vocazione e professione ha fatto il centroavanti, un attaccante pericoloso, forte e combattivo malgrado un fisico ritenuto non eccezionale. Alto un metro e settantaquattro, il peso forma oscilla sui settantaquattro chilogrammi; forse, quando nell’estate del 1976 arrivò alla Juventus, accusava peso superfluo, ma con qualche sacrificio presto tornò in piena efficienza. Volle chiarire subito, con i fatti, di non aver accettato il passaggio alla Juventus soltanto per strappare un ultimo, ricco ingaggio. Poteva far ancora bene, lo sentiva e accettò con entusiasmo la scommessa sul futuro. Nei primi giorni di vigilia della stagione juventina, disse: «Al calcio muovo una critica, quella di soffocare i giovani. Io sono riuscito a strappare alla scuola un diploma, quasi violentando la mia volontà. Sono un impulsivo, sincero, franco fino alla sfrontatezza e all’inizio di carriera ho stentato parecchio. Mi considero estroso, bizzarro e lunatico, un fiammifero che si accende per niente, però sempre pronto a pagare in prima persona, a chiedere scusa».
Lo giudicano un duro, in campo e fuori, ma è soltanto persona concreta, ordinata, quasi una rarità nel mondo molto provvisorio del pallone. «Alla Juventus ho conosciuto due personaggi eccezionali: Boniperti e l’avvocato Agnelli. Una domenica resto a casa per una colica renale, la Juventus pareggia. L’indomani mi chiama al telefono l’Avvocato. “Boninsegna”, mi dice, “guarisca presto, la Juventus ha bisogno di lei. Domenica voglio vederla in campo”. Io già mi sentivo molto meglio».
La Juventus anni Settanta era un meccanismo quasi perfetto, Boninsegna, detto Bonimba, si inserisce alla perfezione. Non una delle sue qualità sembra appannata: lo sviluppato senso tattico, la grande capacità combattiva, il tiro forte e preciso, soprattutto il fiuto del goal molto spiccato. Il bilancio di tre stagioni è lusinghiero: novantatré partite e trentacinque goal, un concreto contributo alla conquista del diciassettesimo e del diciottesimo scudetto bianconero. Troverà il modo di farsi ammirare anche in campo europeo, risultando protagonista nella conquista della Coppa Uefa.
«Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo. Le cose, soprattutto nelle due prime stagioni, andarono davvero bene, tant’è che Boniperti mi offrì la possibilità di un quarto anno di contratto, a quasi trentasette anni. Ma, a quella veneranda età, preferì la sicurezza di un posto al Verona, in Serie B, alla certezza di un impiego part-time con i bianconeri».
Boninsegna ha incarnato alla perfezione lo stile di quella Juventus, che era acciaio puro. La cosa divertente è che all’epoca della campagna acquisti molti storsero il naso, dicendo che la Juventus si era invecchiata prendendo gli scarti delle milanesi (l’Inter diede Boninsegna e soldi per Anastasi). Al primo Juventus-Inter (a Torino) fu 2-0 per i bianconeri, con doppietta proprio di Boninsegna; lo fecero marcare da tale Mariano Guida, troppo tenero e molle per poter contenere un Bonimba letteralmente scatenato. Finale Coppa Uefa nello stesso anno: Boninsegna è infortunato, il Trap lo schiera ugualmente, non riuscirà a finire il primo tempo, sostituito da Bobo Gori. Ingaggia un duello con lo stopper spagnolo a suon di ceffoni, una cosa impressionante. Palesemente non è in grado di giocare, ma mena come un fabbro il malcapitato difensore basco; il loro duello entusiasma lo stadio. Ancora: dopo il disastro di Germania 1974, la nuova Italia di Bernardini gioca in Olanda la prima partita di qualificazione agli europei. La formazione è un po’ cervellotica: qualche vecchio (Boninsegna, Juliano, Morini), qualche virgulto della nuova generazione (Antognoni, Rocca, Roggi) qualcuno della generazione di mezzo (Anastasi, Causio, Orlandini che marca, si fa per dire visto che non gli fece neanche il solletico, il magico Cruijff). Boninsegna non solo segna di testa dopo cinque minuti, ma ingaggia un duello da bucaniere con Rijsbergen, il biondo stopper olandese, altro tipino non proprio accondiscendente. Per la cronaca vince l’Olanda per 3-1, con doppietta del Papero d’Oro.
Dopo tre brillanti stagioni in bianconero, l’arrivederci senza falsa commozione. Il destino lo porta a Verona, in Serie B, ma decide di chiudere: è il campionato 1979-80. Il calcio italiano perde uno dei suoi grandi protagonisti.
Una volta ha confidato: «Sposai mia moglie dopo sette anni di fidanzamento. È da una vita che so tutto di lei e lei di me. E siccome siamo entrambi appagati e felici, mi ritengo un privilegiato».
Quando smette di giocare, una lunga esperienza come selezionatore della Rappresentativa di Serie C («Speravo di far carriera in Federazione»), due anni come tecnico del Mantova poi basta. Boninsegna non è di quelli che dice “Ai miei tempi era un’altra cosa”, anche se ammette che, per dieci anni, è andato a dormire alle 22:30 facendo vita da atleta. «Il calcio è sempre bello. E se giocassi oggi con tutti questi esterni a fare cross, chissà quanti goal segnerei».