Gli eroi in bianconero: Roberto BETTEGA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
 di Stefano Bedeschi  articolo letto 1969 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Gli eroi in bianconero: Roberto BETTEGA

Nato a Torino il 27 dicembre 1950, Bettega esordisce in A il 27 settembre 1970 in Catania-Juventus 0-1. Entra nel settore giovanile della Juventus nel 1961, a dieci anni, nel ruolo di mediano, sotto la guida di Pedrale. Rabitti lo imposta da ala sinistra e la società lo manda nel 1969 a Varese, per farsi le ossa. È la squadra baby allenata da Liedholm, un Varese rivelazione in cui Bobby-gol segna subito tanto, tredici reti, primo posto nella classifica cannonieri; viene naturale paragonarlo a John Charles, dal quale ha ereditato il colpo di testa. Con il Varese, vince l’ambito premio Chevron, per il miglior tiratore della serie cadetta e il premio Ponti, quale miglior giocatore della Serie B. Liedholm lo descrive così: «Possiede le qualità essenziali per una punta: piede e testa, cioè buon trattamento di palla ed elevazione. È un altruista e un opportunista secondo le circostanze e ciò, naturalmente, corrisponde al meglio per un uomo d’area di rigore».
Nel 1970 è esordio in A, a Catania: «Ero completamente concentrato sulla partita e ogni altro pensiero, compresa l’emozione, scomparve. Appena toccato il primo pallone, sparì anche la paura di sbagliare; andò bene il primo stop e il successivo passaggio, per cui, fortunatamente, tutto proseguì nei migliori dei modi, tanto che, verso la fine della partita, riuscii a segnare il goal della vittoria, con un bel colpo di testa. In porta c’era l’amico Tancredi, terzini Spinosi e Furino, stopper Morini, libero Salvadore e Cuccureddu mediano di appoggio. In attacco Haller ala tornante, Marchetti e Capello mezze ali, Anastasi al centro dell’attacco ed io, con la maglia numero undici, schierato all’ala sinistra. Dopo quell’incontro, ne giocai altri ventisette, segnando tredici goal, che mi sembra non siano da buttare via per un esordiente».
Il campionato successivo è quello del grandissimo goal di tacco a San Siro contro il Milan, battuto per 4-1; quel goal rimane tuttora negli occhi di tutti i tifosi juventini come uno dei più belli e più importanti segnati da Roberto: «Giocare nella Juventus è una grandissima soddisfazione, la più grande della mia vita. Penso che indossare la maglia bianconera sia il sogno di ogni giocatore, il sogno di tutta una carriera; questa mia soddisfazione acquista ancora maggior valore, poiché i miei primi passi li ho mossi, da ragazzino imberbe, proprio nella Juventus».
Il 16 gennaio 1972 c’è Juventus-Fiorentina: Bettega fa in tempo a siglare il decimo goal in quattordici gare e il giorno dopo è ricoverato in ospedale per un’infiammazione polmonare. Molti, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo, temono per il suo futuro. Guarisce grazie al lungo soggiorno in montagna, a Pragelato, e alle cure di Emanuela, sua moglie. A giugno Boniperti annuncia: «Sarà lui il migliore acquisto della stagione».
E Bettega vince, nel 1972-73, con la Juventus il secondo scudetto consecutivo; buona parte del merito per il titolo e per quello dell’anno precedente è suo. Nel 1975 debutta in Nazionale, a Helsinki, Commissario Tecnico è Bernardini, è la famosa squadra dai piedi buoni. Con quindici reti in ventinove gare, Bettega è l’unico a poter dire di essersi salvato dal naufragio nella stagione 1975-76, quella dell’incredibile rimonta operata dal Torino indietro di cinque punti.
Chi l’ha visto giocare non può che ricordarlo come uno dei più grandi in maglia bianconera; tecnica di base da manuale del calcio, forza fisica, intelligenza calcistica e personalità. Giocatore capace di rendersi utile in ogni zona del campo in virtù di una visione di gioco davvero sbalorditiva e inconsueta per un attaccante. Il suo numero migliore è il colpo di testa: con Santillana, quanto di meglio ci sia in circolazione in quegli anni. Roberto, meno esplosivo dello spagnolo, è fortissimo in acrobazia, grazie ad un tempismo quasi sovrumano, che gli permette di impattare la palla al meglio (grazie anche a prodigiose torsioni del busto e del collo).
Il goal che fa alla Finlandia, ne costituisce un perfetto compendio, così come molti altri: quello all’Inghilterra all’Olimpico, al Milan a San Siro dopo una perfetta volata del Barone Causio sulla destra, la doppietta ai francesi dell’Olympique il giorno del rientro dopo la malattia, alla Jugoslavia con un sinistro al volo a incrociare, al Celtic in giravolta. Tanti goal, tante prodezze, sempre e comunque da juventino vero, intriso nell’anima di questi colori.
Con l’arrivo di Benetti e Boninsegna, nasce la Juventus dei cinquantuno punti, della vittoria in Coppa Uefa (primo trofeo continentale) proprio con rete decisiva di Roberto nell’inferno di Bilbao. In Nazionale, intanto, Bettega vive il suo unico Mondiale, quello di Argentina; l’Italia arriva solo quarta, ma per lunghi tratti del torneo è la squadra più spettacolare e Roberto ne è un protagonista assoluto.
Due anni bui per la squadra bianconera, quelli successivi al Mundial, scudetto al Milan e all’Inter, ma la soddisfazione, nel 1980, di vincere la classifica cannonieri con sedici goal in ventotto gare. Vince un altro scudetto nel 1980-81, comincia molto bene il torneo successivo (cinque reti in sette partite) quando in Coppa dei Campioni, contro l’Anderlecht subisce un grave infortunio in uno scontro con il portiere Munaron: rottura dei legamenti del ginocchio, a trent’anni si riparla di carriera finita. Il viaggio in Spagna, per il Mondiale, è perduto.
«L’infezione polmonare, se ci penso adesso, mi dico che ero un incosciente ma, probabilmente, era la forza reattiva dei vent’anni. Ho giudicato la malattia un incidente di percorso, niente di più. È stato molto più difficile sopportare le conseguenze dell’infortunio al ginocchio e non solo per il dolore che mi ha torturato a lungo. La malattia si affaccia, invece, con strani sintomi, un po’ di tosse la settimana prima del match con la Fiorentina. Sì, ho un leggero mancamento prima della partita con l’Inter, a San Siro, quindici giorni prima, un malessere attribuito alla tensione nervosa, all’aver fatto un massaggio vicino a un calorifero: eravamo in pieno inverno. Comunque, la tosse suggerì ai medici di fare una radiografia; quando il male mi sbatte in un letto, ho già segnato dieci reti. Perdo nove mesi e praticamente l’anno successivo, poiché il fisico si è appesantito e non è facile eliminare sette chili per rientrare nei limiti abituali. Tant’è che l’estate seguente, invece che in vacanza, resto a Torino a sudare. Ritrovo il mio peso normale dopo diciotto mesi. L’incidente con Munaron, invece, è stato tutto più dolente e faticoso; è un infortunio che lascia il segno e modifica la mia struttura fisica».
Rientra nella stagione 1982-83, giocando insieme a Platini, Boniek e Paolo Rossi; arretrando la sua posizione in campo, dimostra tutte le sue qualità tecniche e la sua intelligenza calcistica. Questo campionato, purtroppo, non è felice, la sconfitta di Atene in finale di Coppa dei Campioni è una delusione enorme, per quella che forse resterà la più bella Juventus degli ultimi vent’anni: «Non c’è giornalista in Europa che, quella notte, avrebbe scommesso una Dracma sulla vittoria dell’Amburgo. Eppure, non so che cosa ci succede; non è stanchezza, né forma scadente, è solo questione di testa. Il Mondiale del 1982 non è cosa per me; a causa dell’infortunio non vengo convocato. Brontolo, però mi metto l’anima in pace. Ma ad Atene la Juventus la fa grossa. Se avessi la facoltà di rivivere un avvenimento nella mia carriera, tornerei a quel maggio maledetto e rigiocherei la finale con i tedeschi. Loro non demeritano, solo che noi siamo irriconoscibili. Lascio, perciò, il calcio senza realizzare un sogno meraviglioso».
Abbandona la Juventus l’anno successivo per andare in Canada, nelle file del Toronto Blizzard, per dare lustro a un calcio in ascesa ma ben presto stretto dai debiti. Il 3 novembre 1984 quando si parla di un suo trasferimento part-time all’Udinese prima di chiudere la parentesi oltreoceano, lo schianto in auto presso Santhià, sull’autostrada. Forse l’amico dei tempi del Varese, Ariedo Braida, l’aveva convinto a giocare a Udine, per poi intraprendere la carriera di manager, ma tutto sfuma a causa di questo incidente.
Bettega salda il suo debito con il calcio canadese e torna in Italia, dove entra nello staff di una trasmissione sportiva di Canale 5, fino a diventare uomo importantissimo della nuova Juventus in collaborazione con Moggi e Giraudo, con i quali conquista altri prestigiosi trofei e continua a scrivere le pagine gloriose dell’amata Juventus.
Nell’estate del 2007, abbandona l’incarico di dirigente; dopo una vita in bianconero, il saluto non può essere che molto triste. Nel dicembre del 2009, ritorna in società, con la carica di vice direttore generale, per lasciarla dopo pochi mesi causa l’arrivo di Andrea Agnelli ai vertici della società juventina.