Gli eroi in bianconero: Jan ARPAS

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
 di Stefano Bedeschi  articolo letto 1566 volte
Gli eroi in bianconero: Jan ARPAS

Estate 1947. Liquidati Korostelev e Vycpálek la Juventus si gettò nuovamente sul mercato cecoslovacco per rinnovare il parco stranieri: al posto del deludente Cesto, i bianconeri pescarono nelle file dello SK Bratislava, una delle formazioni più in voga di quegli anni, una mezzala che non aveva mai indossato la maglia della Nazionale boema, ma le cui qualità erano state decantate da tutti gli osservatori: Ján Arpáš. Con lui doveva arrivare anche il terzino Stanislav Kocourek, astro emergente nella difesa del mitico Slavia; costui, però, non ottenne mai il nulla osta e fu costretto a rimanere in patria. Arpáš giunse a Torino accompagnato da una fama di ottimo ragionatore e grande tiratore dal limite; armi con le quali avrebbe dovuto scardinare le retroguardie italiane non più “metodiste” e non ancora “sistemiste”.
Purtroppo, la sua presenza fisica denunciava molti anni in più di quelli dichiarati dal passaporto: il documento portava 1918 alla casella dell’anno di nascita ma, probabilmente, il boemo era di almeno cinque anni più vecchio. Debuttò con il botto; nell’esordio di Alessandria segnò due goal, impressionando per lucidità mentale e prontezza sotto rete. Esaurì forse le sue energie in quel primo incontro; da quel giorno la sua partecipazione si fece sempre più rarefatta, e il peso del suo gioco si affievolì in poche settimane.
Gli fu spesso preferito l’uomo ovunque Pietro Magni, il giocatore capace di vestire con la stessa maestria la maglia di terzino come quella di centravanti. Nel frattempo, la sua formazione di origine stava scoprendo un talento chiamato László Kubala, uno dei più grandi calciatori espressi dal football ceco. Pian piano, Arpáš si isolò dal resto della truppa, facendo vita per conto suo e mantenendo i rapporti con dirigenti e compagni di squadra solamente in occasione delle partite.
Verso la metà di aprile del 1949, un martedì, il tecnico Renato Cesarini si accorse dell’assenza di Arpáš sul campo di allenamento: qualcuno lanciò una malignità, sostenendo che fosse ancora nel suo letto nonostante l’ora tarda. Cesarini, più smaliziato dei suoi ragazzi, sospettò una fuga del boemo: non fece in tempo a curarsi di organizzare un controllo che la segreteria della società informò i presenti dell’arrivo di un cablogramma proveniente da Bratislava.
Con quel messaggio, Arpáš comunicava alla Juventus di aver fatto buon viaggio e di aver trovato la famiglia in ottima salute con la preghiera di inviare, senza fretta, il nulla osta per potersi ritesserare per la sua squadra del cuore.

IL RICORDO DI GIAMPIERO BONIPERTI: Arpáš, mitico e inquietante personaggio. Quando arrivò alla Juve, avrà avuto quarantacinque anni, piuttosto stagionato per essere un atleta, ma a trenta era stato sicuramente un gran calciatore. Lo si intuiva ancora. Alto, ossuto, mezzala di punta, giocava benissimo e aveva un fiuto del goal eccezionale. Ma non era più in età per giocare a pallone. Jan era intelligentissimo, aveva imparato l’italiano in pochissimo tempo, si informava di tutto, tranne del calcio che era l’ultimo dei suoi pensieri: «Dov’era la Fiat… quante fabbriche aveva in Italia… quanti operai». E annotava. Per me era una spia. Comparso misteriosamente nel 1947, altrettanto misteriosamente l’anno dopo sparì e nessuno ne seppe più niente. Tutte le volte che sono andato in Cecoslovacchia ho chiesto di lui, ma sembrava che nessun Arpáš fosse mai esistito.