Gli eroi in bianconero: Giampiero COMBI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
 di Stefano Bedeschi  articolo letto 1502 volte
Gli eroi in bianconero: Giampiero COMBI

Nato a Torino, il 20 novembre 1902, milita esclusivamente nelle file della Juventus. Portiere di grande classe, Combi è una delle colonne della squadra che domina per tanti anni in Italia. Con i bianconeri vince cinque volte il Campionato d’Italia: nel 1926, nel 1931, nel 1932, nel 1933 e nel 1934, totalizzando 367 presenze. Forma con Rosetta e Caligaris il più famoso terzetto di difesa che sia mai esistito. Di media statura per quell’epoca (171 centimetri), muscolato in modo meraviglioso, ha una struttura fisica robustissima. È detto fusetta, che in dialetto piemontese significa lampo, petardo.
Al termine della stagione 1924-25: «Voleva quasi lasciare – racconta il fratello Maurizio – lui rappresentava la parte commerciale della nostra distilleria di liquori e doveva partire per l’America. Ne parlò alla Juventus e così diventò professionista. Ha avuto la prima macchina ed è diventato grandissimo. Io mi ero dato al canottaggio. Mi attirava quella disciplina seria, e ho vinto due titoli italiani; ma mio fratello è stato un vero campionissimo. Ha giocato con tre costole incrinate, dopo una partita con il Modena; con la Cremonese ha giocato con la vertebra coccigea incrinata, stava appoggiato al palo e interveniva quando era necessario. Non voleva perdere il posto, si preoccupava sempre di perderlo. Forse più si è bravi meno si è sicuri di esserlo. Ha giocato anche con l’itterizia, tutto fasciato, nel gran freddo; ha giocato con i polsi e le dita e la faccia scassati; ha giocato».
In un Juventus-Bologna, fa una parata incredibile: Angelo Schiavio, che è un fuoriclasse, un grandissimo campione e un gentiluomo, si presenta da solo davanti a lui. Lo stadio piomba in un silenzio angoscioso, allucinante; i due grandi campioni si guardano negli occhi e Schiavio, con una finta, indirizza la palla nell’angolo, alla sinistra di Combi, il quale intuisce il tiro e, con un gran balzo, respinge a pugni chiusi. L’attaccante felsineo è di nuovo sul pallone e, senza aspettare un istante, tira ancora, esattamente nello stesso angolo di prima, dove Giampiero è rimasto ad aspettare la palla, per bloccarla comodamente. Combi, giocatore di rara intelligenza, aveva capito che Schiavio, vedendolo a terra nell’angolino sinistro, avrebbe creduto che si sarebbe buttato dall’altra parte, dove ogni altro giocatore al mondo, all’infuori di Schiavio, avrebbe indirizzato il pallone. E, contrapponendo l’astuzia all’astuzia, era rimasto fermo, sicuro della mossa dell’attaccante bolognese, il quale, non appena Combi si alzò da terra, corse subito a stringergli la mano.
Giocatore dotato di grande serietà e dirittura morale, è senza alcun dubbio uno dei migliori portieri che abbia prodotto il calcio italiano. Conclusa la sua vita di calciatore, Combi diventa dirigente. Il suo giudizio è competente e ponderato, fatto di tanto buon senso e tanta esperienza. Mai un apprezzamento azzardato, mai una valutazione che non fosse ben pensata. Nel consiglio direttivo della Juventus porta la sua saggezza, la sua onestà. Viene anche chiamato alla direzione della squadra nazionale con Busini e Beretta in un periodo agitato della vita calcistica.
La morte lo coglie nel 1956 mentre coopera con Umberto Agnelli a risollevare i destini della Juventus: anche grazie a lui e ai suoi preziosi servigi, la squadra bianconera rivedrà, in poco tempo, le stelle.

ANGELO CAROLI: Si era spento, sul lungomare che da Sanremo conduce a Imperia, uno dei più grandi portieri della storia. Colto da malore, aveva avuto il tempo di accostare la macchina al ciglio della strada. Fu soccorso e trasportato presso l’ospedale di Imperia, dove morì qualche ora dopo. Era il 13 di agosto. Quella notte le stelle caddero dal cielo con parabole struggenti. Fusetta, così lo chiamavano i tifosi, aveva lasciato al calcio un’antologia di prodezze, fatte di coraggio, di spavalderia e di continuità. Aveva vinto gli scudetti del quinquennio e un Campionato del Mondo con Vittorio Pozzo. Mai atleta dimostrò questa prodigiosa contraddizione: riflessivo nella vita, spregiudicato in campo. Quante volte si era presentato all’arbitro e in seguito fra i pali della porta con la testa o con una mano rotta! Fusetta aveva la rapidità dei felini quando fiutano la preda. Lessi della sua morte e rividi al rallentatore le immagini di quel gennaio del 1956, quando mi sorrise stringendomi la mano, mentre l’orologio della stazione di Porta Nuova scoccava la mezzanotte.