Gli eroi in bianconero: Fabio CANNAVARO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
15.09.2013 10:35 di  Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Fabio CANNAVARO
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Fabio Cannavaro nasce a Napoli il 13 settembre 1973. Secondo di tre figli inizia subito a giocare a calcio e ad otto anni, dopo avere consumato scarpe e palloni sui campetti in terra di Fuorigrotta, entra nell’Italsider di Bagnoli.

Ad undici anni approda al Napoli e, nel 1987, vince il primo trofeo importante, il Campionato “Allievi”. È il periodo d’oro della società partenopea; il Napoli è Campione d’Italia per la prima volta nella sua storia, un’intera città che sogna con Diego Armando Maradona e Fabio, raccattapalle al “San Paolo”, può ammirare il suo idolo da vicino.

Oltre al “Pibe de Oro” in quel Napoli delle meraviglie gioca pure il suo modello di difensore, Ciro Ferrara, dal quale Fabio apprende tutto, intervento in scivolata compreso. Una volta, con la maglia della “Primavera”, il giovane difensore interviene così sul grande Maradona. Un dirigente napoletano lo rimprovera immediatamente, ma a prendere le difese della promessa azzurra è lo stesso numero 10: «Bravo, va bene così», è la benedizione del campione argentino.

Quando il 7 marzo 1993 (Juventus - Napoli 4-3) Fabio esordisce in prima squadra, Maradona non c’è più ed il Napoli si stringe attorno al gioiello del vivaio. I risultati non sono entusiasmanti e la squadra lotta per la salvezza, ma Cannavaro già incanta, mettendo in luce le grandi doti esplosive che ne faranno il difensore più rapido ed incisivo della serie A.
«Maradona ha contato moltissimo a livello di tifoso, mi ha dato sette anni di sogni; vincere uno scudetto a Napoli era impensabile. Ferrara è stato un esempio dal punto di vista professionale, un punto di riferimento, un esempio impeccabile per i giovani napoletani. Un grande professionista ed una grande persona con dei valori umani incredibili».

L’avventura partenopea dura fino all’estate del 1995, quando Fabio si trasferisce a Parma, dove con Gigi Buffon e Lilian Thuram va a comporre una delle difese più ammirate ed invidiate del mondo. Con questa retroguardia la formazione emiliana vince Coppa Italia, Coppa Uefa, Supercoppa Italiana ed arriva a un passo dallo scudetto. Nella stagione 2001/02, con le partenze di Thuram e Buffon destinazione Juventus, il Parma consegna a Fabio la fascia di capitano. Il difensore napoletano è leader assoluto dei gialloblu ed è chiamato a reggere il peso di una stagione difficile, sempre in bilico fra salvezza e zona retrocessione. Alla fine arriva, però, la grande gioia della Coppa Italia; dopo una finale combattuta con la Juventus (con Fabio spettatore, per una squalifica rimediata nella semifinale con il Brescia), la formazione ducale alza al cielo la terza Coppa Italia della propria storia, la seconda dell’era Cannavaro.

Dopo sette anni trascorsi a Parma, nell’estate del 2002 il neo capitano della Nazionale intraprende una nuova avventura a Milano, sponda nerazzurra; per l’Inter di Massimo Moratti, orfana di Ronaldo, un leader in più da affiancare a “Bobo” Vieri.
«Il periodo più brutto della mia carriera, perché ho avuto un problema alla tibia che mi ha condizionato molto».

Chiaramente, c’è anche tanto azzurro nella carriera di Fabio Cannavaro. Due titoli europei (1994 e 1996) vinti con la maglia dell’ “Under 21” allenata da Cesare Maldini, poi l’esordio in Nazionale maggiore, il 22 gennaio 1997, Italia - Irlanda del Nord 2-0; poi, 2 Campionati del Mondo, nel 1998 e nel 2002 ed un Europeo nel 2000. Archiviati gli sfortunati Mondiali in Giappone e Corea, infatti, Paolo Maldini da l’addio all’azzurro e la fascia di capitano viene consegnata a Fabio. Per l’Italia si apre l’era di Cannavaro capitano, che conquista la qualificazione agli Europei lusitani.

Dopo l’esperienza in Portogallo, in chiusura del calcio mercato il passaggio a Torino sponda bianconera, su espressa richiesta di Fabio Capello, neo allenatore juventino. Ad attendere Fabio alla Juventus, l’amico Ciro Ferrara e tanti altri campioni. Per il capitano della Nazionale italiana, la maglia della squadra più titolata del nostro calcio; l’ennesima avventura di una carriera luminosa.

Sul campo è un successo dopo l’altro; Fabio diventa protagonista assoluto della difesa bianconera e trascina la Juventus a due scudetti. Nella stagione 2004/05, Fabio non perde una partita; incassa 38 presenze e segna anche 2 goal. Gli acciacchi e le mediocri prestazioni di Milano sono definitivamente alle spalle. Poco prima della fine del campionato, Cannavaro è protagonista di un documentario scandaloso, trasmesso dalle televisioni nazionali; Fabio, infatti, è ripreso ad iniettarsi dei medicinali, durante una trasferta Europea del Parma. Grosso scalpore si leva fra l’opinione pubblica; la Juventus, come è solita fare, si stringe attorno al giocatore, i tifosi bianconeri sostengono a gran voce quello che è diventato il loro idolo. Cannavaro non risponde alle polemiche e la domenica successiva, contro il Bologna, segna la rete di apertura con un perentorio colpo di testa.

Nella stagione 2005/06 la Juventus ha il compito di confermarsi e lo fa alla grande; ancora uno scudetto con Fabio sempre protagonista. Sul campo la Juventus merita la vittoria, ma lo scandalo Calciopoli colpisce nel profondo il club bianconero che è costretto a rifondare il proprio staff dirigenziale e ripartire dalla serie B.
«Ci hanno tolto sulla carta 2 scudetti, ma le emozioni e la gioia che abbiamo provato in quei due anni non ce le possono togliere, come le medaglie che ho a casa. Anche perché, chiunque andasse in campo, sapeva che eravamo noi la squadra più forte. Essere alle Juventus è stata un’esperienza fantastica a livello lavorativo; è bello arrivare il primo giorno in uno spogliatoio e sentirsi già a casa. A me è capitato così. Alla prima partita che giocai venne il massaggiatore a chiedermi da quanti anni fossi lì, perché ero già molto integrato; ho avuto la fortuna di ritrovare Thuram, Buffon, Del Piero. E poi quella di giocare con Nedved, Trézéguet, Camoranesi, Ibrahimović. Non capita tutti i giorni. A Torino si è visto il miglior Cannavaro; il primo anno ho giocato 38 partite su 38, il secondo 36 ed ho segnato 4 goal. In quegli anni eravamo troppo forti, era bello vederci giocare».

Fabio, però, segue da lontano, anche se ne è profondamente colpito, queste vicende. Lui è in Nazionale con Marcello Lippi per il Campionato Mondiale tedesco. L’Italia balbetta nelle prime partite del girone eliminatorio (con Ghana, Usa e Repubblica Ceca), poi è una cavalcata verso la finale; Ucraina, Australia, Germania e Francia si devono inchinare alla forza della nazionale azzurra. Cannavaro alza al cielo la quarta Coppa del Mondo che finisce nelle mani dell’Italia.

Al termine del Mondiale, segue Fabio Capello a Madrid.
«Il Real Madrid», spiega in conferenza stampa, «è la squadra dove tutti i calciatori vorrebbero giocare almeno una volta nella vita. A questo punto della mia carriera era probabilmente l’ultima occasione che mi si presentava. Non potevo rifiutare».

Peccato che, solo un mese prima al termine della festa scudetto, avesse giurato eterna fedeltà alla Juventus!
«Avevo detto alla società che non avevo alcun problema a restare in Serie A anche con una penalizzazione di 50 punti, anche perché la mia famiglia ed io stavamo benissimo a Torino. Altrimenti, dissi di prendere in considerazione altre offerte. Il giorno dopo arrivò quella del Real Madrid».

Il finale dell’anno 2006 è da incorniciare, in novembre vince il “Pallone d’Oro” a Parigi, votato dai giornalisti, ed in dicembre viene incoronato a Zurigo con il “Fifa World Player”, votato da allenatori e capitani delle nazionali di tutto il mondo; tutto questo nonostante il non esaltante rendimento con le “Merengues”, sia in campionato che in Champions League. Nella classifica del “Pallone d’Oro”, precede il suo grande amico Buffon, che avrebbe, probabilmente, meritato il premio più di lui.
«Non sta a noi decidere chi deve vincere, l’ha deciso una giuria che ha scelto me; però, se ho vinto io, è merito anche suo, perché qualche errore che ho fatto al Mondiale me lo ha coperto lui».

Ritorna alla Juventus nell’estate del 2009.
«Per me è un’operazione buonissima; sono andato via per 8/10 milioni di Euro e mi riprendono a parametro zero. In più ora guadagno meno, non la stessa cifra di tre anni fa. Possono chiamarmi mercenario ma io rispondo che se sono andato via per soldi, sono tornato non per i soldi. Mi aspetto di trovare sicuramente un’altra Juve, ci sarà da lavorare ma questo non mi spaventa, metterò il massimo impegno e la professionalità. Se il tifoso va al campo applaude se gli piace quello che vede e fischia se non gli piace. Il mio obiettivo è vincere, altrimenti cosa torno a fare? Principalmente voglio mettere un’altra stella, tutti sanno che quegli scudetti li abbiamo vinti sul campo, però io penso che l’obiettivo più grande sia puntare a vincere».

La stagione 2009/10, invece, si rivelerà molto deludente per la Juventus e per lo stesso Cannavaro. La squadra bianconera, pur avvicendando l’allenatore Ciro Ferrara con il più esperto Alberto Zaccheroni, si piazza al settimo posto in campionato ed è eliminata nel girone di qualificazione della Champions League. Sempre criticato dai tifosi, che non gli hanno mai perdonato di non aver seguito la squadra in serie B, Fabio colleziona vere e proprio figure indecorose al pari di quelle della squadra. Ogni avversario, anche il meno dotato, lo sovrasta sia fisicamente sia a livello di corsa evidenziando in modo netto l’avvicinarsi della fine della carriera.

Al termine del campionato, prima di partire per il Sudafrica (dove verrà presto eliminato insieme alla squadra azzurra nel Campionato Mondiale), annuncia il suo trasferimento a Dubai.
«Vado a Dubai, perché dopo l’anno che ho passato è giusto cambiare per me e la mia famiglia. Tornare a giocare dopo in Italia? No. Ho trentasette anni e non ci penso più. L’esperienza all’estero ti arricchisce, l’ho già fatta. Di sicuro mi mancherà la Nazionale. Penso il segno di averlo lasciato comunque. È sempre qualcosa di speciale. Quando scendo in campo e canti l’inno ti senti un paese alle spalle. E non nego che l’annata alla Juve mi abbia segnato. Quando parti per vincere eppoi le cose non vanno in un certo modo dispiace. E credo che abbia segnato anche altri. Ma non parliamo di sindrome Juve qui in Nazionale. Questo lo escludo».