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GLI EROI BIANCONERI

Gli eroi in bianconero: Attilio LOMBARDO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
11.01.2017 10:30 di Stefano Bedeschi  articolo letto 1841 volte
Gli eroi in bianconero: Attilio LOMBARDO

Arriva a Torino nell’estate del 1995, dopo aver trascorso nella Sampdoria una parte importante della sua carriera; sei stagioni, dopo essere approdato a Genova dalla Cremonese; in pratica, lo stesso tragitto percorso da Vialli, il quale, come Attilio, si è prima imposto all’attenzione con i blucerchiati di Mantovani ed ha poi salutato il mare e il sole della Liguria, per tuffarsi in una nuova esperienza a Torino. Cammini paralleli, dunque, che si ricongiungono sotto la Mole Antonelliana. «È stupendo giocare nuovamente con Luca – dice il giorno della presentazione in bianconero – perché è un amico e perché, con la sua personalità, aiuta tutta la squadra. In passato, hanno provato a metterci l’uno contro l’altro con una polemica sulla Nazionale e sulla sua esclusione, ma non ci sono riusciti; io e Luca ci siamo spiegati e tutto si è sistemato».
Come Vialli, Jugović e Vierchowod, anche Lombardo è reduce di quella bruttissima notte londinese, quando la Sampdoria fu sconfitta dal Barcellona di Cruijff in finale di Coppa dei Campioni, dopo essersi illusa di poterla conquistare: «È una sconfitta che brucia ancora, spero di riuscire a rimarginarla grazie alla Juventus».
Giocatore molto eclettico, dotato di una progressione eccezionale e di una buona dose di freddezza sottorete, arriva alla Juventus con tantissimo entusiasmo: «Arrivo a Torino nel momento più bello, ma anche più impegnativo; non sarà facile migliorarsi, dopo tutto ciò che la squadra è riuscita a fare nell’ultima stagione, ma faremo di tutto per riuscirci».
La stagione parte malissimo; Lombardo si infortuna nel precampionato, rompendosi una gamba in un’amichevole contro il Borussia Dortmund, disputata a Cesena: «Il mio è stato un infortunio del tutto casuale e, forse, proprio per questo un pochino più complicato dei classici del genere. Infatti, oltre alla frattura del perone, c’è stata la distrazione ai legamenti della caviglia. Per me è una sensazione nuova. In tutta la carriera, non ho mai avuto un infortunio grave: era destino che mi capitasse proprio adesso».
Lippi fa sfoggio di filosofia: «L’infortunio di Lombardo non ci voleva, ma questo è il calcio e non ci possiamo fare nulla. Anche lo scorso anno ce ne sono capitate di tutti i colori, ma non per questo la Juventus ha allentato la presa sugli obiettivi. Ho detto ad Attilio di non abbattersi e di stare tranquillo: i suoi compagni si impegneranno al massimo per fargli trovare, al suo rientro, una Juventus ben piazzata».
La riabilitazione è lunga e dolorosa e Attilio fatica a ritrovare il posto in una Juventus che sta volando a gonfie vele verso la conquista della Champions League. Qualche goal importante contro il Padova e l’Inter, ma nelle partite che contano, siede in panchina. E nella gloriosa serata dell’Olimpico, Lombardo guarda, dalla tribuna, i compagni sollevare la “Coppa dalle grandi orecchie”.
L’anno successivo, riesce a ritagliarsi uno spazio importante nella squadra bianconera, partecipando al successo in campionato e alla sfortunata finale di Champions, a Monaco di Baviera, contro il Borussia Dortmund. Rimane negli occhi di tutti i tifosi della “Vecchia Signora” la grandissima partita di Lombardo e di tutta la Juve contro l’Ajax, in semifinale. Un 4-1 che non ammette discussioni, con le reti di Bobo Vieri, Nick Dinamite Amoruso e una perla di Zidane, che mette a sedere i difensori olandesi, Van der Sar compreso. Anche Attilio mette il timbro sulla vittoria con un bellissimo colpo di testa sottomisura.
Scrive Repubblica.it: «Lombardo è convinto: “Una giornata bellissima, meritavamo la finale”. È stata un’altra notte di Juve alternativa, dopo mesi di giostre e carambole tra titolari e riserve, ex intoccabili e nuove proposte. Mancava solo Attilio Lombardo nella schiera dei risorti, sulla corsia dei miracolati. Lombardo che un anno fa credeva, temeva di essere un ex giocatore con una gamba rotta e qualcos’altro, dentro. Non riusciva a guarire, poi non riusciva a prendersi un po’ di spazio in una squadra intasatissima. Ha rifiutato di chiudere la carriera in Inghilterra, allo Sheffield, dando un dolore ai dirigenti e al cassiere bianconero, ma alla fine ha avuto ragione lui. Recuperato in formazione all’ultimo secondo, perché Porrini proprio non ce la faceva, Lombardo è finito in campo per scivolamento, per forza d’inerzia: Jugović squalificato, Di Livio a sinistra, Tacchinardi stopper e il vecchio Attilio a destra, nell’ultimo posto libero. E quando nella selva dell’area olandese è spuntata la sua capoccia lucida per correggere in rete il pallone di Zidane, forse l’ultimo a crederci è stato proprio Lombardo. Il quale, qualche minuto prima, avrà visto Conte scaldarsi a bordo campo, forse per sostituire lui. Destini, casi della vita. Altro che fuori, ben dentro la sua partita è rimasto Attilio braccio di ferro, e cuore di conseguenza. Un minuto dopo il goal, ecco l’assist a Vieri per chiudere la questione, per cancellare dalla geografia europea il calcio del modulo-totem, dello schema sovrano. Questo ha fatto Attilio Lombardo, insieme ad altri imprevedibili come lui: si è infilato di striscio nella serata giusta, si è fatto pilotare dall’istinto, è stato prima giocatore e poi strumento del gioco».
Nell’estate del 1997 è ceduto al Crystal Palace, in Inghilterra, dopo aver indossato la maglia bianconera per cinquantuno volte e aver realizzato quattro goal.

 

 


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