E quella maglia di Gigi...
"02-05-12 Juve-Lecce GRAZIE, VI AMO": questa la dedica del numero 1 alla curva Sud domenica, fieramente mostrata su una maglietta e lanciata tra i tifosi. Poche parole, molte certezze. La certezza che nonostante il vuoto incolmabile che Del Piero lascerà nel cuore di tutti, il capitan futuro sarà degno di questo nome. Per senso di appartenenza, per dimostrazione di affetto, per talento, per juventinità soprattutto. In quelle sue esultanze sfrenate sotto la curva, nel cantare a squarciagola l'inno insieme allo stadio, nel sentirsi un tifoso molto prima che un giocatore, Gianluigi Buffon è l'emblema perfetto di una razza in estinzione, quella delle bandiere. E l'amore e la gratitudine reciproca sono la miscela giusta per un rapporto che va al di là dell'idolatria. Ci sono giocatori che preferiscono girare tante squadre indipendentemente dalla propria fede calcistica, e questi raramente trovano posto nei cuori degli appassionati.
Ci sono poi quegli altri che firmerebbero in bianco un contratto o che rinunciano alla fama per seguire la propria squadra in una categoria inferiore, per semplice amore. Questi ultimi costituiscono un numero contingente e si distinguono dai loro colleghi, non tanto per le loro scelte, quanto per il fatto che tra cento anni si parlerà ancora di loro con gli occhi lucidi. Buffon appartiene certamente a questa categoria. Non lo scopriamo oggi, ma è bene tenere ciò a mente quando capita (come a tutti) che possa sbagliare e presi dalla rabbia lo si insulta. I tifosi veri, quelli che erano allo stadio, quelli che ogni volta che Gigi arriva in porta è un'ovazione generale, conoscono solo gli applausi e il sostegno nei momenti difficili. "Vi amo"? No Gigi, siamo noi che amiamo te.
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