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Il Foglio - Perchè lo stadio della Juve è sempre mezzo vuoto
I modelli economici dei club italiani non stanno al passo del resto d'Europa
31.07.2009 13:35 di Francesco Cherchi   articolo letto 3835 volte
Fonte: Il Foglio

Dall’ottavo all’undicesimo posto troviamo Milan, Roma, Inter e Juventus, che, purtroppo, replicano l’unico modello di business che si è stati capace di portare avanti in Italia, a parte la quotazione in Borsa dei bianconeri e delle due romane. Il 64 per cento del fatturato della Juventus, per esempio, dipende dai diritti televisivi, la percentuale più alta in assoluto in Europa, mentre è fanalino di coda per gli incassi da stadio: 7 per cento del ricavato. Pensare che il 28 per cento degli appassionati di calcio in Italia tifa per la Juve, ma evidentemente preferiscono guardarla in televisione piuttosto che andare allo stadio.
Con percentuali diverse anche le altre grandi d’Italia vantano le stesse qualità e gli stessi difetti, che potranno essere superati solo con stadi di proprietà e di terza-quarta generazione che si pensava potessero essere costruiti, con l’aiuto dello Stato e del Coni, per gli Europei del 2012. La Juventus, però, continua a portare avanti il progetto di un Delle Alpi ristrutturato, anche nel nome, per il quale la Sportfive avrebbe garantito 75 milioni di euro. Mentre il sogno di Blanc è di far crescere a Vinovo il Messi italiano. Già, perché nel settore giovanile e nello scouting i club nostrani sono tra gli ultimi, due elementi, invece, sui cui punta forte e con successo anche l’Arsenal.
Gli ucraini dello Shakhtar, nemmeno tra i primi venti club europei per ricavi, vincitori dell’ultima Coppa Uefa, hanno capito l’antifona e hanno costruito un centro sportivo con più di 3.000 allievi, cercando di portar via la leadership nazionale alla Dinamo Kiev, diventata famosa per il laboratorio di Lobanovski. Perché alla fine i soldi possono finire, le banche far rientrare dei debiti pregressi e allora resta solo la capacità di saper fare calcio e costruire settori giovanili d’avanguardia oltre che squadroni sulla carta imbattibili.
Il modello dell’Olympique Lione, 155,7 milioni di euro di ricavi, si basa invece sul motto “tutti utili, nessuno indispensabile”, che gli ha permesso di calmierare gli stipendi di calciatori e allenatori, spadroneggiando in Francia, ma senza essere mai veramente competitivo in Champions League. Michel Aulas, boss della CEGID, ex pallamanista e un passato nel Maggio ’68, gestisce la squadra come le sue aziende informatiche: marketing, merchandising, possibile quotazione in Borsa e necessità di uno stadio da 60.000 posti. La politica aggressiva del Lione in Francia non è piaciuta, soprattutto la capacità di arrivare prima di altri sui giovani giocatori brasiliani e africani, grazie a una rete collaudatissima. Con un sogno inconfessabile nel cassetto, vincere un giorno la Champions League. Uno stato dell’arte, questo, che non prende in esame i debiti e le difficoltà che i vari club, basti pensare alla Roma, stanno attraversando in questi ultimi mesi. Uno stato dell’arte che guarda solo la parte mezza piena del bicchiere. Tutti in fila, pronti con le nuove divise a promettere una stagione vincente e la fiducia nella società, nell’allenatore, nei compagni e nei tifosi, col sorriso d’ordinanza, finché un fido non li seppellirà.
 


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