Gli eroi in bianconero: Enrico PAOLUCCI

Gli eroi in bianconero: Enrico PAOLUCCI
martedì 14 maggio 2013, 08:00Gli eroi bianconeri
di Stefano Bedeschi
Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia

Negli anni venti giocava un marchese genovese di nome Enrico Paolucci e nessuno avrebbe mai detto che sarebbe diventato uno dei grandi maestri della pittura italiana moderna.


TRATTO DA “JUVENTUS IMMAGINI & STORIE” DEL LUGLIO 1999:

Enrico Paolucci fu un portiere d’arte. Passava dai pali ai pennelli. Era l’inizio di un’avventura che non l’avrebbe portato in Nazionale, ma tra i maestri della pittura italiana del Novecento.

Di famiglia borghese (il più popolare degli sport nasce fra una tazza di the “Assam” ed una pianta di “Ladies’ Eadrop”, le fucsie che gli inglesi chiamano “orecchini di dama”) aveva ricercatezze di linguaggio e, ritenendo che l’estero lo fornisse meglio dell’Italia, per definire le proprie caratteristiche tecniche soleva definirsi un “Gardien de but plongeur”, un portiere tuffatore.

Nei suoi ricordi c’è una tribuna in legno, lo spogliatoio esiguo, un giornale acquistato con il batticuore: «Oddio, che cosa avranno scritto di me? “Bravo il portiere Paolucci”». Un frase che bastava ad accendere la felicità.


RACCONTAVA:

La Juventus aveva un campo con la tribuna di legno e, sotto la tribuna, gli spogliatoi: eravamo quasi tutti ragazzi. Ci compravamo tutto: le scarpe, le magliette. Si giocava la domenica, gli spettatori potevano arrivare sì e no a 2.000.

Autorità presenti poche o nessuna, giornalisti sì. Il lunedì si correva a cercare le Gazzette. «Bravo il portiere Paolucci».

Dopo di me venne Combi, gran portiere, non ho mai provato invidia per lui, era più bravo di me. Io mi tuffavo bene, ero un portiere “Plongeur”, ma il pallone qualche volta mi scappava di mano, i pennelli no, già li usavo per i miei primi quadri.

Alle trasferte si andava per conto nostro, in treno, anche a Roma, dove sul campo il dischetto del rigore era un chiusino. E la sera a dormire qua e là nelle pensioncine.

Avevamo un allenatore bravo, che si chiamava Armano e che poi sposò “Tota Bigiota” che teneva il buffet del campo. Ancora oggi, qualche volta, sogno che l’amico presidente della Juventus, venga a propormi di sostituire un portiere. Che gioia, corro a cercare le vecchie scarpe bullonate, la maglia bianca e nera.

Quanti giocatori, tra settant’anni, sogneranno ancora la maglia che indossano oggi? Quanti avranno la mia nostalgia? Speriamo! Bello il gioco del calcio, specialmente come lo facevamo noi. Un’aria, un vento, un impeto di gioia.