LO SCUDETTO DEL MILAN E LA SCELTA DELL'ALLENATORE DELLA JUVE

08.05.2011 21:45 di Thomas Bertacchini   vedi letture
LO SCUDETTO DEL MILAN E LA SCELTA DELL'ALLENATORE DELLA JUVE
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Alla fine è stato il Milan a conquistare lo scudetto, così come in molti avevano pronosticato ad inizio campionato. C’era soltanto una squadra, oltre a quella rossonera, che poteva seriamente ambire a (ri)vincerlo: l’Inter, detentrice del tricolore da quattro anni a questa parte (nel calcio, piaccia o non piaccia, si considerano solo i titoli meritati sul campo) e passata di mano da Mourinho a Benitez senza che le venissero fatti i necessari ritocchi nel calciomercato estivo. Aspettare la riapertura della sessione invernale per intervenire è stato un errore fatale per le speranze dei nerazzurri, così come a nulla è valso scaricare esclusivamente sull’allenatore spagnolo le colpe di un avvio di stagione stentato. Da una parte o dall’altra, la convinzione generale ai nastri di partenza era che lo scudetto, comunque andassero le cose, non si sarebbe spostato da Milano.

Nel corso della prima partita che i rossoneri disputarono in questo campionato, a "San Siro" contro il Lecce (29 agosto 2010), Ibrahimovic guardò giocare i propri compagni comodamente seduto in tribuna. Appena acquistato dal Milan, non poteva ancora scendere in campo. Il Diavolo vinse 4-0 grazie ad una doppietta di Pato e alle reti messe a segno da Thiago Silva e Filippo Inzaghi: tolto lo stesso Inzaghi (infortunatosi poi nel prosieguo della stagione) e inserito al suo posto lo svedese, ecco pronta una lista di alcuni tra i principali artefici dello scudetto numero diciotto conquistato dai rossoneri.

Da un allenatore all’altro: se Benitez non si mostrò capace di integrarsi positivamente all’interno dell’ambiente nerazzurro, a Massimiliano Allegri - invece - nel suo nuovo mondo milanista l’operazione è riuscita alla perfezione. Tra i due esiste un nome che unisce le loro recenti esperienze in panchina: quello di Leonardo, l’attuale tecnico dell’Inter. La scorsa stagione guidò i rossoneri conducendoli al terzo posto attraverso il suo calcio offensivo legato alla fantasia degli interpreti, in questa ha portato il proprio credo dall’altra sponda del Naviglio, raccogliendo i cocci della gestione dello spagnolo e potendo beneficiare di innesti importanti giunti dal mercato di riparazione.

Allegri iniziò la stagione a Milanello continuando l’opera progettata dal suo predecessore, per poi smantellarla poco alla volta creando una formazione a sua immagine e somiglianza. Fuori dal gruppo dei titolari Ronaldinho ("Il nostro Usain Bolt? Si chiama Ronaldinho: era il sogno degli sportivi di tutto il mondo e può tornare quello di prima", disse di lui Berlusconi il 18 agosto 2009), consegnata la squadra in campo a Ibrahimovic dopo aver protetto la difesa con una linea di mediani da far invidia al migliore dei catenacciari, ha poi rimesso la qualità nell’undici di base una volta trovato il giusto equilibrio tra i reparti. A quel punto anche l’assenza dello svedese in alcune gare determinanti è stata ben suffragata dal comportamento del resto dei compagni. Il confronto tra quanto accaduto nei due derby della Madonnina quest’anno rappresenta la classica "prova del nove": all’andata il Diavolo vinse con un goal dello svedese su rigore; al ritorno (dall’altra parte c’era già Leonardo) spazzò via i nerazzurri con un secco 3-0 (doppietta di Pato e rete di Cassano), senza la possibilità di disporre dell’apporto di Ibrahimovic.

Ora che ha vinto il tricolore Allegri è così riuscito a ripetere le prodezze di Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Alberto Zaccheroni, capaci di conquistare lo scudetto sulla panchina del Milan al primo tentativo. I quattro allenatori in questione, in realtà, hanno un altro aspetto in comune: nelle loro esperienze di club precedenti a quella rossonera non avevano vinto nulla di importante, tranne qualche riconoscimento a livello personale (una "Panchina d’oro" sia per Zaccheroni che per lo stesso Allegri).

Analoga situazione capitò anche a Marcello Lippi in casa Juventus: venne scelto dalla Triade per riportare a Torino uno scudetto che mancava da otto stagioni, nonostante nel suo palmarès non figurassero trofei. Tanto l’allora dirigenza bianconera quanto quella rossonera si sono dimostrate in grado di individuare le persone giuste cui affidare la gestione di spogliatoi infarciti di campioni, spesso e volentieri con caratteri difficili da far coesistere tra di loro e con squadre da plasmare in fretta per raggiungere obiettivi prestigiosi.
Nel corso degli ultimi anni, poi, è anche capitato che un tecnico passasse da una delle sue società all’altra: fu così tanto per Ancelotti, che non riuscì a raccogliere quanto di buono seminato sotto la Mole per poi fare incetta di consensi (e titoli) a Milano, quanto per il già citato Capello, che terminata l’epopea rossonera e le esperienze madrilista e romana vinse gli ultimi due tricolori bianconeri sotto la Mole. Non è stato un caso se per quindici stagioni, dal 1991 al 2006, tranne in due occasioni (Lazio e Roma) lo scudetto è sempre andato alla Vecchia Signora o al Milan: erano semplicemente i club migliori presenti in Italia, gestiti dalle persone più competenti in materia.

All’attuale Juventus manca la qualità per tornare a vincere, quella che - seguendo le promesse dirigenziali - verrà aggiunta nella rosa bianconera a partire dalla prossima estate. Ancora non è dato sapere il contenuto del "piano ambizioso" citato recentemente da John Elkann che possa consentirle di tornare sui livelli di eccellenza sportiva che le competono, così come è prematuro parlare di cifre da investire nel prossimo calciomercato, nell’attesa - oltretutto - di conoscere quanto (e cosa) verrà detto nel consiglio di amministrazione fissato per il prossimo 11 maggio.

La recente vittoria del Milan - nel frattempo - ricorda (più che insegnare) come la scelta dell’allenatore, per quanto realmente possa incidere sugli esiti finali di una competizione (e qui vi sono dibattiti che durano da una vita), rappresenta un aspetto da non sottovalutare, dato che potrebbe consentire ad un club di disporre di un ulteriore valore aggiunto rispetto ai diretti contendenti.
Certo, deve essere fatta dalle persone giuste. D’altronde d’ora in poi nessuno potrà più permettersi di sbagliare o nascondersi di fronte alle difficoltà di una "rivoluzione" societaria.
Conta vincere, soltanto quello. E’ meglio ricordarlo, ogni tanto…