L'ADDIO DI MOURINHO E IL CALCIO ITALIANO DOPO IL 2006...

Dall'addio di Mourinho alla "debole" deposizione di Mancini al processo di Napoli. L'Inter vincente di oggi e quella di ieri. Una storia, però, nata nel 2006...
26.05.2010 21:00 di  Thomas Bertacchini   vedi letture
L'ADDIO DI MOURINHO E IL CALCIO ITALIANO DOPO IL 2006...
TuttoJuve.com
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport

Ha un fascino particolare, Mourinho. Per un motivo o per l’altro, attira a sé tutti: amici e nemici, ammiratori e critici, i giocatori alle proprie dipendenze e quelli avversari. E vince. Tanto. Ha capito quando era il momento di venire all’Inter; viceversa, potrebbe aver individuato l’attimo giusto per un addio anticipato.
Andrà al Real Madrid: questa volta non è una bufala. Bisogna solo attendere che Moratti trovi un accordo con il "vero" Florentino Pérez (lasciando perdere i suoi imitatori). Poi, sarà Spagna.
Se ne va da un campionato che non ama: è abituato a imporre la sua cultura calcistica, fatta di provocazioni, dubbi, sospetti, scosse nervose e tensioni. Il problema è che l’Italia, in questo, è maestra: mentre in Inghilterra e in Portogallo sono aspetti poco curati, da noi rappresentano il "cibo quotidiano". Troppo simili, gli italiani e lui, perché si potesse sentire a proprio agio. I successi, in questo senso, non hanno aiutato. Anzi: gli hanno dato la possibilità di andarsene via prima rispetto a quanto concordato. Da vincente.

"Tripletta", in un’annata iniziata male: la Juventus, in campionato, con quelle quattro vittorie iniziali sembrava un avversario veramente temibile; i nerazzurri - in quel di Pechino - avevano lasciato alla Lazio il primo trofeo stagionale (la Supercoppa Italiana). Nulla di particolare, per carità. Briciole, rispetto a quanto raccolto da quel momento in poi. Due soli punti di distacco dai bianconeri nelle prime quattro giornate della serie A, allorquando la squadra di Ciro Ferrara sembrava fosse, pur con limiti di gioco abbastanza evidenti, figlia legittima di un calciomercato estivo ricco di stelle e stelline, con il contorno di giocatori - tra i quali Cannavaro e Grosso - che avrebbero dovuto considerare il campionato come l’ideale trampolino di lancio verso il loro ultimo Mondiale. Alla quinta tappa, proprio quando i bianconeri a Marassi, contro il Genoa, avevano fatto (intra)vedere segni di un bel gioco che non si è (quasi) mai più rivisto, ecco l’aggancio. Per il sorpasso, bastava attendere pochi giorni.
Il resto, è storia attuale. Adesso, a onor del vero, superata.

La Juventus di Blanc e John Elkann conclude il suo ciclo di quattro anni, mostrando un’immagine perfetta per l’idea all’origine del suo concepimento: una squadra perdente con il sorriso sulle labbra. Spopolano, in questi giorni in internet, le foto dei giocatori bianconeri sorridenti nella tournée americana post-campionato: la Statua della Libertà e le cascate del Niagara come sfondo di un gruppo di ragazzi ritratti mentre si trovano in vacanza. Dopo aver perso, tanto per cambiare, le uniche due partite disputate: quelle contro i Red Bulls di New York e la Fiorentina.



Mentre Andrea Agnelli cercherà di ricostruire la Vecchia Signora (quasi) da zero, l’Inter affronterà la nuova stagione senza la sua "guida" in panchina. Quell’allenatore che è riuscito, piaccia o non piaccia, a cambiare la mentalità di una società dal DNA debole: dietro alle sconfitte e agli acquisti inutili degli anni precedenti il 2006, non c’entrano le persone sotto processo a Napoli; viceversa, le attuali vittorie sono figlie di quella farsa. Conquistare scudetti in Italia - da quel momento in poi - è stato (relativamente) facile, per lui quanto per il suo predecessore; in Europa lo scoglio da superare era rappresentato da quegli ottavi di finale diventati, ormai, un appuntamento fisso per gli sfottò dei tifosi avversari. E’ lì che l’allenatore portoghese "ci ha messo del suo". Oltrepassati quelli, sono giunti sino in fondo. Dove non arrivavano i meriti di Mourinho, Milito, Eto’o, Sneijder e della difesa nerazzurra "all’italiana", ci hanno pensato gli arbitri. "Furti" (anche) all’estero, quando capitava alla Juventus. "Errori umani", nel contesto di imprese già diventate epiche, ora che accadono all’Inter.

E’ un Roberto Mancini "diverso", rispetto al 2006, quello che si è presentato all’udienza della giornata di ieri del processo penale di Napoli. Non solo nel taglio di capelli. Altro che "sistema": tutte le accuse da lui lanciate nel passato, si è "scoperto" ora che sono state il frutto di una banale "foga agonistica". Che, unita al sentimento popolare, hanno distrutto la Juventus. Quindici minuti: tanto è durata la sua deposizione. Il tempo dell’intervallo di una normale partita di calcio. Era l’ultimo teste dell’accusa: anche questo è stato favorevole alla difesa.
Proprio Mancini era stato il primo a fruire (anche con effetto retroattivo) delle disgrazie capitate ai bianconeri: il pm Capuano gli ha chiesto, semplicemente, di spiegare cosa ci fosse dietro a quei violenti attacchi verbali di quattro anni fa, e a quelle insinuazioni che sembravano corroborate da chissà quali prove. La mancanza di un controesame delle difese è stato l’evidente segno della totale mancanza di "consistenza" della sua deposizione.

Più si va avanti con questo processo, maggiore è la rabbia dei tifosi juventini per quello che è accaduto nel maggio del 2006. Se nel passato fossero state immediatamente a disposizione quelle intercettazioni che - con cadenza quasi quotidiana - vengono ora estratte dal cilindro (o dai cd) di quelle all’epoca considerate "irrilevanti", sarebbe stato oggettivamente più difficile distruggere la Juventus.

Con i "se" ed i "ma", però, si costruisce la storia dei perdenti. Inutile girarci intorno.
In effetti, la storia dell’Inter "vincente" ha inizio proprio nel 2006.