JUV-ENTUSIASMO - Che differenza esiste fra i 2 scudetti? Scopritela qui, ma, in ogni caso, è sempre la "vita da mediano" ad andare di moda nella "Conte-a"!
Ventinove? Trentuno? Beh... se vi riferite ai numeri (“furbata” diplomatica del sottoscritto, in cerca di una “scappatoia”), vi dico che, fra l’ultimo scudetto, e il precedente, ci sono 7 fattori di diversità, e 3 fattori di somiglianza.
Cominciamo dalle 7 diversità.
Nel 2011-2012, la vittoria arrivò dopo un sontuoso inseguimento al Milan, divorato dagli infortuni. Nel 2012-2013, invece, si è trattato di fuga dal principio alla fine, all’insegna di una leadership, scalfita solo parzialmente dal Napoli.
Un anno fa, era una Juve reduce da 2 settimi posti, non ancora consapevole della sua forza, d’altro canto, crescente, e capace di sfoderare una intensità poderosa di gioco, con motivazioni da urlo, dentro il nuovo stadio. Stavolta, invece, la coscienza delle proprie risorse è stata una delle armi vincenti, e la concretezza ha preso il posto di possesso, pressing e ritmo, espressi in misure minori.
Dodici mesi fa, ci furono meno vittorie (23), troppi pareggi (15), soprattutto contro le medio-piccole, e nessuna sconfitta. Ora, invece, i pareggi si sono ridotti drasticamente (5), lasciando spazio a più successi (27), e più sconfitte (4), ma secondo un trend, che il regime dei 3 punti ha largamente premiato.
L’anno passato, la Juve ebbe l’opportunità di allenarsi in modo più sostanzioso, durante la settimana, a causa dell’assenza della Champions League, e annullò quasi completamente gli infortuni. In questa circostanza, al contrario, la ribalta europea ha imposto metodi diversi, e la squadra è stata in grado di ovviare, stringendo i denti, a tanti acciacchi.
Conte è stato determinante, nella prima stagione, nel guidare la crescita della squadra, compiendo miracoli sul piano psicologico, se pensiamo che la stessa difesa ultima per rendimento casalingo nel 2010-2011, Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini, è diventata una delle più imperforabili del mondo. La scorsa estate, invece, la scandalo scommesse ha tenuto a lungo l’allenatore lontano dai campi di gioco, sostituito da Carrera e Alessio.
L’allenatore, che era partito dal 4-2-4, transitando attraverso il 4-3-3, per chiudere con il 3-5-2, non è stato, 12 mesi dopo, altrettanto elastico, anche quando, forse, doveva esserlo. Soltanto nelle ultime settimane, è approdato a un cambiamento, che sarebbe stato già necessario a Monaco, contro il Bayern: il 3-5-1-1.
L’anno in più di Buffon e Pirlo, e mi riferisco in particolare al secondo caso, ha costretto la Juve ad affrontare problemi in più, anche perché Andrea era, è, e rimarrà insostituibile. In compenso, la scoperta di Asamoah e Pogba ha offerto al tecnico la possibilità di rinfrescare la squadra.
Passiamo alle 3 somiglianze.
Si è confermata l’assenza di un top player in attacco. E, a questa carenza, hanno ovviato certamente non i Bendtner (anche sfortunato) e gli Anelka (ma è mai veramente arrivato a Torino?), bensì i 26 gol su 68 (39%) dei centrocampisti: Vidal 10-Marchisio 6-Pirlo 5-Pogba 5.
Si è ripetuto lo stesso finale di torneo con le ali, a conferma dell’ottimo lavoro dei preparatori atletici: finora, 9 successi di fila. Un anno fa, nelle ultime giornate, una squadra poco produttiva segnò 32 gol, subendone appena 4.
E’ stata ribadito, infine, il marchio-Conte, che mette al primo posto l’aggressività famelica del collettivo, condannando all’emarginazione chi non si adegua a queste “sacre scritture”. Se “Giaccherinho” era un simbolo prima, lo è ancora di più adesso, silenziosamente spietato nell’entrare in servizio, quando è necessario, e nell’accomodarsi in panchina, quando tocca agli altri. E’ la “vita da mediano”, che va di moda nella “Conte-a”.
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